L’uomo è un cantastorie

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“(…) la caratteristica davvero unica del nostro linguaggio non è la capacità di trasmettere informazioni su uomini e leoni. È piuttosto la capacità di trasmettere informazioni su cose che non esistono affatto” (pag. 36). Questa è l’affermazione che più mi ha colpito leggendo il libro Sapiens. Da animali a dèi di Yuval Noah Arari. Per la verità ce ne sono tante altre, in questo libro, ma questa riesce a sintetizzare piuttosto bene la risposta alla domanda centrale del saggio, ovvero comprendere come l’essere umano abbia potuto vincere la sfida della selezione naturale tra le specie, affrancandosi dalla catena alimentare e divenendo il padrone del mondo.

Yuval Noah Harari, Sapiens. Da animali a dèi, Bompiani, 2017

Per l’autore sono cose che “non esistono”, ad esempio, le norme che regolano la nostra vita quotidiana, l’economia, le religioni: tutte frutto della capacità affabulatoria dell’uomo e tutte fondamentali per costruire una società con una tensione evolutiva del tutto particolare tra le specie viventi.

In definitiva, senza storie l’uomo non esisterebbe, senza nessuno che crede nelle storie – per quanto oggettivamente strampalate – non ci sarebbe l’umanità. “Non riuscirete mai a convincere una scimmietta a darvi una banana promettendole che nel paradiso delle scimmiette, dopo morta, avrà tutte le banane che vorrà” (pag. 37). Riuscirete, invece, a convincere un essere umano a sacrificare se stesso per un’eternità di godimento nell’al di là.

Si può dire dire, dunque, che l’uomo non solo è un animale narrativo ma è soprattutto un animale che racconta menzogne e che questa propensione lo accompagna da sempre. O almeno da quando ha cominciato ad avere consapevolezza di sé, ovvero fin  dall’inizio della storia. Che cos’è in effetti la storia se non il racconto dell’umanità? E che cosa siamo noi stessi se non il racconto della nostra vita? Lo sanno bene psicologi e psicanalisti. E lo sanno benissimo anche gli statisti – del passato e del presente – che impegnano buona parte dei propri sforzi a rielaborare cronologie, a eliminare dalla storia personaggi scomodi, a fornire interpretazioni ufficiali di eventi attuali, a creare eroi e miti.

Qui sotto ne vediamo un esempio. Quando Stalin riuscì a sbarazzarsi dell’avversario Trockij per la successione di Lenin (siamo nei primi anni ’20 del ‘900), ne epurò tutte le immagini dalle foto ufficiali con quest’ultimo, per evitare che si pensasse a una legittimazione diretta (fonte: Mark Jones e Mario Spagnol, Sembrare e non essere. I falsi nell’arte e nella civiltà, Longanesi & C., 1993, pag. 62-63).

Lenin sul palco, Trockij sulla scaletta

Lenin sul palco, Trockij è sparito dalla scaletta

Ma non è necessario scomodare politici e dittatori. Possiamo trovare esempi di narratività molto vicino a noi. Ad esempio, la scuola che cos’è in fondo se non un’enorme macchina narrativa, dove si premia chi aderisce ad un modello culturale previsto per legge? Sarebbe ingenuo pensare che, ad esempio, la storia e la letteratura insegnate a scuola siano da considerarsi LA storia e LA letteratura, immutabili nel tempo. Senza risalire troppo indietro nel tempo, basta sfogliare un sussidiario dei primi anni Settanta per accorgersi delle differenze con quanto insegnato oggi. D’altronde se i popoli hanno bisogno, oltre che di pane e divertimento, anche di storie da raccontarsi e raccontare, perché non cominciare proprio dai nostri discendenti? “Ninna nanna ninna o, questo bimbo a chi lo do…”

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